Editoriale: Giornalismo via web: l’avatar del nulla immischiato con il niente

Qualche giorno fa un/una collega mi segnalava che se avessi voluto fare numeri sul mio blog, ovvero sulla mia pagina Facebook, non solo mi avrebbe aiutato (e lo/la ringrazio) ma che mi avrebbe addirittura segnalato come fare per aumentare il numero delle visualizzazioni (wow). Non ne capivo il significato. I numeri, ritengo, forse fanno più parte dell’economia di mercato di un giornale, di una tv, che vive degli introiti delle pubblicità. Poi guardando i siti di informazione vedo che sono ricchi di banner, dal porno alle “calde chat”, dalle scarpe ai vini. Si insomma ti danno lo spazio web e poi se vuoi continuare a tenerlo gratis, devi permettere l’utilizzo del banner pubblicitari tra i tuoi articoli e negli articoli stessi.

E allora vedi tette e culi di procacciatrici di uomini sfavillare in un articolo che parla di un morto o di un fatto di cronaca. Disgustoso. E per cosa poi? Per qualche like in più? No grazie. Preferisco pagare la mia piattaforma e gestirmela da solo, senza che spregiudicati utilizzino le mie (e dico mie e reali) visualizzazioni per i loro luridi scopi. Sono ottomila? Diecimila? Solo cento? Bene ma sono visualizzazioni che certamente non avranno concesso ulteriore importanza e spazio a chicchessia per i loro luridi interessi. Eh, qualcuno potrebbe dirmi, “allora soldi con internet non ne fai”. Ma perché qualcuno, con dati alla mano, però, è in grado di poter assicurare un introito con la Rete? Internet, e lasciatevelo dire, radicalizza. Per cui salvo qualche rara eccezione (ovvero una linea politico-editoriale di attacco che non tenga conto di eventuali azioni legali, perché lì, lasciatevelo dire, sono cazzi amari veramente) è improbabile fare numeri e soldi con i blog, con i siti: si insomma con l’informazione in generale. Per cui si escogitano vere o presunte articolazioni di veri o presunti atti contro la persona per fare notizia. Si trasforma una notizia da quattro soldi (ma qualcuno dei giornalisti, si ricorda quando una notizia merita l’attenzione del lettore?) in uno scoop senza se e senza ma. Non tutto fa notizia, o almeno questa era la regola che il mio primo direttore (Lullo Sergi, all’epoca inviato speciale di Repubblica) nei lontani anni ’80, cercava di inculcarmi. Lo stesso professionista che poi incontrai, anni dopo come correlatore alla mia tesi di laurea: ebbene si, ho una laurea con una tesi sulla comunicazione. La notizia, e tenetelo bene a mente, è tale quando va ad intaccare gli interessi della popolazione: insomma non solo il portafoglio, ma tutto ciò che rientra nella sfera della persona… politica, sanità: altro che Belen e i soldi pubblici. E poi sesso, sangue e soldi, che faranno sempre notizia. Stiamo creando, e di ciò me ne assumo anche io la responsabilità, una informazione del “nulla ‘mmbiscatu cu nent”. Si: del nulla immischiato con il niente. E ciò che mi fa paura è l’elevazione di perfetti incompetenti non solo sul piano formale ma anche grammaticale, a giornalisti “duri e puri”. L’ironia che Fb permette attraverso i post (cui tutti possono accedere) non deve essere fraintesa come un attacco alla persona. Che invece è ciò che sta accadendo. Avvelenare il clima non giova a nessuno. Essere suggeritore (e non fonte) di qualche collega certamente sporca questo mestiere e questi “suggeritori” farebbero bene a star lontano: si tratta del segreto di Pulcinella. Sappiamo chi siete: chi avete al vostro soldo e quali strategie state portando avanti. La regola per voi è sempre la stessa: sfruttare le necessità del giornalista per poi utilizzarle per i propri interessi. Mandate gli stessi sms a tutti coloro i quali hanno bisogno e che quindi cadono nella rete. Ma attenzione verrà il momento che la necessità si trasformerà in sussulto di dignità. E allora sarà un giornalismo diverso.

Antonello Troya

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