I bambini parlano di razzismo. Cultura antropologica nel libro di Maurizio Alfano

Praia a Mare – “Non è semplice parlare di razzismo. Non lo è, a maggior ragione, quando i destinatari del tema sono i bambini. Eppure l’autore vi riesce benissimo, senza nascondere la particolare attenzione usata sia nella scelta dei termini sia nel metodo di approccio. E’ la favola lo strumento mediante il quale si prova a spiegare il fenomeno della discriminazione; il mezzo attraverso il quale si tenta di raccontare storie fatte di sofferenza, morte ma anche di speranza”. “Il razzismo non è una favola” è il titolo del libro di Maurizio Alfano presentato al Museo Comunale. All’incontro, introdotto dall’Assessore alla Cultura del Comune di Praia a Mare Anna Maiorana e moderato dalla giornalista Tania Paolino, hanno partecipato con vivo interesse molti cittadini che, in diversi momenti, hanno interagito con l’autore attraverso riflessioni ed interrogativi. “Il razzismo – sottolinea l’autore – è spesso un tema affrontato in modo superficiale perché trattato ignorando gli aspetti antropologici, economici, sociologici, storici, religiosi e culturali del fenomeno; e questo impedisce una valutazione seria ed obiettiva del problema”. ” Peraltro, – continua Alfano – l’accoglienza è spesso realizzata, in prima battuta, attraverso azioni di polizia legate alla necessità dell’identificazione; tanto, senza tener conto dell’aspetto umanitario che dovrebbe invece prevalere nel momento degli sbarchi”. A questo proposito l’autore racconta di come le imbarcazioni giungano piene di persone che, dopo aver affrontato un viaggio che spesso inizia anche nei due anni antecedenti, appaiono provate ma con gli occhi pieni di speranza. Sovente le donne provengono da esperienze di abusi, di vera e propria tratta e si trovano ad affrontare, prima ancora di ricevere l’accoglienza umanitaria, i controlli di polizia. Ed è proprio la scelta di procrastinare il momento dell’accoglienza rispetto a quello di polizia che, in molte occasioni, inibisce la denuncia degli abusi subiti. Se è vero che i controlli sono imprescindibili e necessari, è altrettanto vero che effettuarli nelle ventiquattro ore successive all’arrivo non muterebbe il risultato perseguito e si guadagnerebbe in termini di umanità. Spesso il problema è la distanza mentale che si inserisce nella ingiustificata distinzione tra noi e l’altro anche quando le distanze territoriali sono minori di quanto si immagini; anche quando queste distanze territoriali sono tanto esigue da renderci meno diversi di quanto si possa immaginare. “Si può diventare – afferma Alfano – anche razzisti involontari, attraverso l’uso di espressioni comuni che finiscono per trasudare razzismo o si può essere razzisti perbene quando l’accoglienza si arresta al momento dell’elargizione caritatevole, salvo ricadere subito dopo nell’indifferenza ”. E’ spesso il pregiudizio a creare la “diversità” e ad ingenerare paura verso ciò che non si conosce. Se si ragiona partendo da un’errata premessa, perché incompleta, non si può che addivenire a conclusioni discriminatorie. Il razzismo esiste così come esistono i flussi migratori. La migrazione si presenta come processo in atto che non può essere bloccato e che, pertanto, richiede soluzioni mirate e soprattutto improntate al rispetto verso l’altro. Affidarsi al pregiudizio rischia di alimentare fenomeni di intolleranza e discriminazione che non risolvono la questione. Al contrario, si rischia di determinare la violazione dei diritti fondamentali della persona e, per questa via, il fallimento morale del genere umano.

Tiziana Forestieri

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