Il sentimento di disaffezione alla politica. Che fare?

Se si chiede alle persone cosa pensano della politica, oggi, molti rispondono con affermazioni in cui ciò che emerge è un sentimento comune di disaffezione. Molti esprimono questo diffuso sentire attraverso l’allontanamento dalle urne. Lo fanno non per disinteresse o per mancanza di senso del dovere civile ma, più spesso, per mandare un segnale a chi li rappresenta; lo fanno per comunicare un malessere che nasce dai tanti, troppi disagi sofferti e rispetto ai quali non si rinvengono le risposte auspicate. Molti altri reagiscono, invece, manifestando la volontà di esprimersi, a tempo debito, attraverso un voto di protesta. L’idea che emerge, sempre più, è quella di votare per fare tabula rasa di un sistema che non è più considerato rispondente al bene della collettività. “Distruggere per ricostruire” è il nuovo motto coniato da chi non ce la fa più e crede che la politica sia ormai solo qualcosa che attenga ai salotti. Ma siamo sicuri che alla distruzione possa seguire una ricostruzione corretta e risolutiva? Basta, cioè, distruggere affinché la politica torni ad essere ciò che deve? Non è forse una soluzione troppo superficiale? Un tempo esistevano i Partiti che esprimevano ideologie e valori ed in cui ciascuno si riscopriva, sentendosene parte integrante. Erano i luoghi del confronto dialettico in cui ciascuno poteva esprimersi, formulare osservazioni, scontrasi verbalmente fino a trovare sintesi nelle idee e nei programmi. “Distruggere per ricostruire” senza contemporaneamente lavorare per il recupero della coscienza civile, dell’esatta funzione della politica e dei valori potrebbe, in definitiva, condurre ad un vuoto ancora più pericoloso; potrebbe non riuscire a colmare quella distanza, oggi sempre più sentita e subita, che esiste tra elettori ed eletti. La politica è diventata nemica di se stessa; lo è diventata nel momento in cui ha deciso di agire allontanandosi dal comune sentire. Non tutto, però, è destinato a nuocere. L’attuale crisi fa emergere un desiderio di riscatto; lo fa emergere quando genericamente si usa l’espressione “voto di protesta”. E’ qui che occorre intervenire, ricercando l’aspetto positivo che è possibile cogliere. L’espressione in questione manifesta, infatti, la volontà di cambiare e non la rassegnazione. Il cambiamento, però, deve determinarsi in modo consapevole e attraverso il recupero di quel legame che unisce gli elettori e gli eletti. La politica deve tornare ad essere il luogo di ritrovo, lo strumento al servizio della collettività. Quando vi sarà la percezione reale di questo riscoperto legame e della funzione che appartiene alla politica, i cittadini torneranno a credere e a provare fiducia. In assenza, si corre il rischio di distruggere rinunciando al futuro.

Tiziana Forestieri

 

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