Cronache di peripezie ospedaliere. Quando il protocollo è contro il cittadino/paziente

Con la presente intendo raccontare quanto mi è accaduto giorni fa presso il pronto soccorso cetrarese per apportare un contributo alla risoluzione di elementi di criticità presenti a livello di sanità regionale e sollecitare i nostri politici ad una più attenta vigilanza su dinamiche non funzionali al rispetto della persona e alla sua cura, ma neppure a garantire l’efficienza economica sperata. Ho avuto già modo di essere ricevuta dal nuovo direttore dell’ospedale cetrarese che ringrazio per la grande disponibilità ad accogliere i miei dubbi, alcuni dei quali, ho potuto notare, sono condivisi. Da quanto ho recepito il Direttore intende risolvere soprattutto il problema riferito alla mancanza di personale e a quello sulla valorizzazione/miglioramento dei servizi intermedi presenti sul territorio come quello della guardia medica. Per cui la presente lettera, in questo caso, ha solo valore di promemoria.

Cosa è successo. Varco la porta del pronto soccorso alle 22 di sabato 14 aprile, con la percezione che la guardia medica del mio paese non avrebbe potuto somministrarmi nessun farmaco (l’intuizione mi verrà confermata più tardi dal mio medico curante). Era la notte in cui si è alzato un vento terribile ed era pericoloso viaggiare. Seppure mi avesse prescritto una terapia avrei dovuto raggiungere la farmacia più vicina e cercare di capire quale fosse. Nel frattempo la congiuntivite aggressiva e purulenta che mi aveva colpito l’occhio destro in un arco di tempo di poche ore mi stava debilitando. Sentivo la pressione alta e la tachicardia, il non vedere mi aveva provocato delle vertigini. Avevo l’impressione di svenire da un momento all’altro.

Cosa più semplice: raggiungere il vicino ospedale di Cetraro. Vengo accettata in codice verde, quello attribuito a persone che non corrono un rischio immediato (fratture, traumi, ecc…) e possono attendere di essere visitati solo dopo i codici più gravi. L’attesa è minima, per fortuna non ci sono casi gravissimi. Mi viene somministrato un farmaco oftalmico, l’Exiocin pomata, l’occhio viene bendato e il medico per scrupolo chiama l’oculista reperibile telefonicamente. Si, perché la visita oculistica nei giorni festivi e prefestivi è possibile solo in caso di trauma. I medici sono solo tre.

Passo la notte in bianco, l’occhio si gonfia a dismisura, produce sebo continuamente e sono costretta a togliere il bendaggio (come nella foto). Resisto fino al cambio del turno per farmi vedere anche dal medico e dagli infermieri della notte i quali rilevano una situazione completamente diversa da quella presentata la notte prima e convengono con me che è meglio assicurarsi che i farmaci prescritti siano ancora validi. Il medico di turno mi somministra un’iniezione di Bentelan di 4 mg. Richiama telefonicamente l’oculista che conferma la terapia indicatami la sera prima e che comincio non appena acquistati i medicinali nella farmacia di turno, ma anche stavolta mi viene detto di aspettare il lunedì per avere la visita specialistica.

Il lunedì mattina finalmente effettuo la visita specialistica. Il medico mi conferma la stessa terapia che nel frattempo, anche se l’infezione è passata all’altro occhio, evidenzia risultati positivi. Prognosi: sei giorni.

Dal punto di vista fisico comincio a sentirmi in forza, dopo la debilitazione del Bentelan e le preoccupazioni sull’andamento crescente della malattia.

Mi sento di poter verificare, anche visivamente, tutti i passaggi e capire che qualcosa tra protocollo e benessere del paziente (in questo caso la sottoscritta) non quadra. C’erano delle discrasie.

Intanto il codice verde a pagamento è previsto a livello regionale, ma non nazionale. Qui la politica dovrebbe intervenire. Inoltre, il primo codice verde, per come mi sentivo, poteva essere interpretato anche come giallo.

Poi il pagamento della stessa tariffa, 25 euro, per ciascuna delle prestazioni. Un operatore mi ha spiegato che basta varcare la soglia del pronto soccorso e scatta. Ma la seconda prestazione, oltretutto, è stata necessaria perché la prima ha mancato di rispondere ad un bisogno di cura. Il protocollo non ne tiene conto. Possibile?!?

La sorpresa più grande mi si presenta quando vado a leggere i verbali che ho sottoscritto da “non vedente” affidandomi a professionisti che, per come sono stata abituata a credere e sperare, rispettano il codice etico e che rappresentano pubblici ufficiali.

Nel primo verbale mancava la somministrazione del farmaco oftalmico e, nel secondo, logicamente per essere in continuità col primo, mancava la mia narrazione ovvero che mi era stato somministrato quel farmaco e che la terapia indicatami telefonicamente avrei dovuto iniziarla la mattina quando, vedendomi aggravata, avevo deciso fosse meglio consultare nuovamente i medici del prontosoccorso. La dicitura nell’anamnesi: «riferisce edema occhio dx con secrezione da ieri pomeriggio. Giunta la paz. ieri sera è stata prescritta terapia farmacologica che non ha ancora assunto». Una mezza verità. Perché?

E un altro dubbio: il protocollo prevede che il medico specialista possa offrire telefonicamente la propria consulenza?

La ciliegina sulla torta. Una prognosi di sei giorni che per la scuola vuol dire sostituzioni, rallentamento dell’azione educativa-didattica. In breve, danno erariale. Ad un ticket triplicato, 50 euro per i due codici verdi e 45 per la visita specialistica, si sono cioè aggiunti giorni che potevano ridursi a tre se fossi stata visitata il sabato stesso evitandomi l’aggravamento (causa dell’aggravamento rimasto sconosciuto!). Il reparto di oculistica dovrebbe avere quei farmaci che mi sono stati prescritti.

La sanità calabrese, questa grande sconosciuta, cosa nasconde dietro protocolli che avrebbero la parvenza dell’efficienza e dell’efficacia? Mi viene da pensare che quando si varca quella soglia del pronto soccorso non scatta solo una tariffa, ma vengono gettati anche i dadi. A sorte. E per questo la responsabilità è di tutti, di quelli che tacciono e di quelli che si barricano dietro ad un protocollo. Le persone sono altro. I troppi tagli alla sanità pubblica generano servizi carenti, ma anche diffidenze. Forse bisogna presentarsi in ospedale con l’avvocato di famiglia?

Cetraro, 21 aprile 2018                                                                 Francesca Rennis

(insegnante e giornalista)

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