“U piaciairi”

Perdonerete il mio entusiasmo dialettale. Forse conosco poco la “mia” lingua belvederese. Ma preso da un impeto di “passione vernacolare” ho voluto scrivere qualcosa su una particolarità calabrese, e nostrana in particolare: “U piaciairi”. “M’ha fatt nu piaciairi. Non sacci cum’ t’aggia rngrazià”. “Signò, v’arricurdate chillu piaciairi ca m’atu dajitt? E’ jaut bbun. Tutt’a ppò”. Ciò che si fa ad un amico, ad un conoscente, il favore di averlo accontentato in qualcosa. “U piaciairi” è un impegno la cui larga interpretazione lo trasforma in una cambiale, da saldare in breve o poco tempo. Si può fare per diletto, perché si nutre simpatia per il ricevente, ma il più delle volte (sempre) si fa per un fine. Poi dopo, all’occorrenza, il saldo diventa un dovere, un obbligo. Il vincolo di ringraziare chi l’ha fatto per te. Si è messo a disposizione per difendere i tuoi interessi, per una circostanza che ti riguardava. Insomma “U piaciair” va ricambiato. “U piaciair” diventa moneta di scambio. Chiamiamola “valùta sociale” da interpretare all’occorrenza. Ed ecco che in prossimità (specialmente) della campagna elettorale ci si ricorda “du piaciairi” fatto all’amico. Partono i messaggi, le visite a casa, le telefonate improvvise, con tanto di “We, cumu và… alla casa?.. sint’nu poc…. Ma pu chillu piaciairi cum’è jauto a finaisci”. Il tenore è uguale allorquando ti chiama al telefono il direttore della banca e ti comunica che hai sforato con le spese, sei in rosso e devi andare a coprire. Né più, né meno. Il tono è lo stesso: non si muove foglia, più, se non ti mostri riconoscente con chi t’ha fatto “u piaciair”. E a mò di giustificazione le risposte sembrano uguali. “Figlicì, ‘nta famaiglia simu ciainc: vidimu cchi putaimu fa. Nu voto è du tuj garantito. È più di una stretta di mano, di una firma: “U piaciair” è saldato. Il fatto è compiuto. “U piaciair” viene ricambiato anche nell’immediato. La cultura “nazional-popolare” che ci contraddistingue ci vede essere riconoscenti “cu cap di savuzaizza, nu pocu di muringian sutt’ugli, ‘u furmaggi”. Sotto Natale, in inverno, quando “s’ammazza llu purc”, oltre alla carne arriva anche “a rizzaglia”, alias i scarafugli, ovvero i cincioli o ciccioli (come direbbero al nord). Il debito è saldato, direte. Ma “u piaciairi” è “piaciairi”: è un patto di sangue. Si salda solo quando il “benefattore” morale si riterrà soddisfatto. È un patto a vita. Un impegno a lunga durata. Quasi a sentirsi obbligati sino alla fine dei giorni nostri. E qui parliamo di “piaciairi” decisamente alla mano. Immaginate voi chi ha elargito posti di lavoro, occupazioni part-time, o anche stagionali. Manca solo che “U piaciairi” si trasformi in una immaginetta da mettere sul comodino. Viviamo nell’epoca “du piaciairi”. Lo stesso Abramo, quando Dio fermò la sua mano quando stava per sacrificare il proprio figlio, gli fu riconoscente a vita. E Dio lo ripagò. Non è cultura, è nel nostro Dna. È l’espressione sociale più completa e complessa. È segno indelebile dell’interconnessione tra membri di uno stesso contesto sociale.

Antonello Troya

Con la supervisione di Lucia D’Aprile che ringrazio per il tempo che ha dedicato a correggere il mio “belvederese”

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