A Belvedere la chiesa dice: “Discrezione e silenzio nelle opere di carità”. Ma se non sei sui social non esisti

O quantomeno non esisti nel mondo 2.0. Se non selfie sei un ghost, un fantasma e di questi ce ne sono tanti. Quei tanti che sbirciano continuamente su Fb, twitter e instagram e poi commentano e giudicano tra i loro pari. E se tirati in ballo quasi si incazzano. Come se fossero intoccabili. Sono d’accordo sulla discrezionalità: la mano destra non deve sapere cosa fa la sinistra. Se devi, ma soprattutto vuoi, fare del bene che almeno non se ne faccia un uso spregiudicato. Ma dall’altra parte è giusto che la comunità, quella che si ritrova in un percorso apostolico, si faccia carico degli infiniti sacrifici che ogni espressione di fede, sia essa cristiana, musulmana, protestante, ebrea, porta avanti.

La chiesa cattolica non ha l’esclusiva sulle opere di bene. Conosco tante persone, seguaci della fede tibetana ad esempio, che di bene ne fanno tanto, e nemmeno tanto lontano da noi.

Prendo spunto dalla risposta che il parroco don Gianfranco Belsito ha dato ad una persona che su Fb chiedeva lumi sulla possibilità o meno di poter battezzare una bambina con due madrine. A parte gli scivoloni di alcuni che hanno posto la questione sul piano economico (ma anche i preti dovranno pur mangiare, o no?) il sacerdote, che tra l’altro è anche direttore della Caritas, ha elencato una serie di iniziative che altri parroci portano avanti sul territorio: don Marco a Praia a Mare (accoglienza per viandanti) don Antonio Pappalardo a Tortora (mille iniziative per i più bisognosi) don Mario Barbiero a Verbicaro Centro Anziani; Don Valerio a Sant’Agata casa di accoglienza per anziani (non finanziata da nessun ente); I parroci di Scalea tutti esposti sul versante del disagio sociale; Don Andrea a Roggiano centro di accoglienza per anziani; don Fiorino a San Marco ha accolto in casa canonica una persona bisognosa e sta per aprire la locanda del buon Samaritano; L’unità pastorale di Diamante. Senza elencare, aggiungo io, l’attività del vescovo sulla cui testimonianza non c’è confronto. Don Belsito poi sollecita una maggiore attenzione su fatti su cui si potrà discutere. E allora cogliamola questa occasione, don Gianfranco: se mi chiedessero, da profondo conoscitore del territorio (e ciò non me lo potrà negare) cosa fa la mia parrocchia per i più deboli, per i più indifesi, per chi perdere il lavoro, per chi è in difficoltà, non saprei cosa rispondere. Una mia mancanza, certo, ma fa da contraltare la scarsa comunicazione che la chiesa territoriale mostra nei confronti della comunità. Come dire: “Noi le cose le facciamo, ma nessuno lo deve sapere”. Il suo ruolo le suggerisce l’opportuna valutazione da fare, ne sono certo. Se dirlo ai suoi parrocchiani o no. Io direi di si: voglio essere partecipe all’attività, anche solo addossandomene l’ingrato peso del conoscere senza aver potuto fare niente. Ciò che lei chiama “controtestimonianza” io la chiamo occasione. Don Silvio, che lei ha richiamato alla nostra memoria, era accanto ai lavoratori della Foderauto quando iniziò la crisi. Indimenticati i suoi appelli dal pulpito a favore di chi, dall’oggi al domani, avrebbe perso il lavoro. Ma erano altri tempi.  

Antonello Troya

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